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Immagine: UNITO — Otto, il giornale di UniTo

Sono gli elementi naturali a forgiare la prosa e i versi della scrittrice canadese, premio Nobel per la Letteratura 2026: spezzati, ruvidi, inafferrabili.

Nemmeno il lettore meno avvezzo al linguaggio lirico ha saputo sottrarsi alla meraviglia di una spiazzante Anne Carson all’annuncio del Nobel per la letteratura : “Sono in Islanda ad ascoltare il vento”. Eppure, se interpretassimo questa risposta come un mero vezzo poetico, le faremmo solo un torto. Anne Carson ascolta letteralmente il vento, così come fa con l’acqua, la terra, gli elementi tutti nelle loro molteplici forme, per poi restituirli – in alcuni casi rarefatti, in altri addirittura dissolti – in tutte le sue opere. In effetti, sarebbe più corretto dire che sono gli elementi a forgiare la sua prosa e i suoi versi: spezzati, ruvidi, inafferrabili, conturbanti, a tratti persino inospitali e sempre così apparentemente inattuali e inevitabilmente porosi. Come la terra d’Islanda da cui Carson si è lasciata adottare. Canadese di nascita (Toronto 1950), dal 2022 è anche cittadina islandese e su quell’isola vulcanica e primitiva trascorre molto tempo.

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