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Dai legami con i chatbot alla violenza dei deepfake, l’intelligenza artificiale cambia abitudini e relazioni. Come tutelare la nostra autonomia e chi deve orientarne lo sviluppo?
Un chatbot può darci una risposta corretta senza che siano buone le ragioni per cui gli abbiamo creduto. È una delle distinzioni da cui parte Francesco Striano , ricercatore in filosofia morale al Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino, che si occupa di etica delle tecnologie e teoria dei media. Il progresso tecnico non ci solleva dal compito di capire quando e per quali ragioni fidarci dell’AI, né dalla responsabilità di decidere chi debba orientarne lo sviluppo.
L’intelligenza artificiale generativa ci porta sempre più spesso ad affidarci a una macchina per ottenere informazioni e consigli o per prendere decisioni. Da un punto di vista etico, che cosa cambia quando iniziamo a riporre questa fiducia in questi sistemi?
Nei primi tempi di diffusione al grande pubblico dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), come ChatGPT e Claude, si parlava molto di come “allucinassero”, cioè formulassero risposte completamente sbagliate, ma in una maniera molto convinta, indistinguibile da quando davano risposte vere.
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